Mercurio
03.01a – Parte 1 di 3
Simone premette invio sulla tastiera, il cubo nero sulla scrivania ronzò e sul monitor comparve una finestra con la foto di un Tornado in volo. Simone trascinò il puntatore del mouse sul menù a sinistra della finestra, selezionò la voce “dimostrazione” e “volo civile.”
Sulla pista di un aeroporto comparve un aereo modellato da triangoli di colori brillanti, con l’elica sul naso e le ali sul tetto della cabina, pronto per decollare. In un riquadro in sovrimpressione apparve la scritta “In attesa di risposta server.”
Promettente. Qui il programma andava in crash.
Dall’altra parte della sala Fabio si sistemò il casco in testa. «Quanto scalda questo affare.» Si stirò la tuta e si sedette all’interno del box ottagonale.
Marco portò una mano al microfono della cuffia. «Dai, la volta scorsa c’eri quasi.»
Fabio rimise la mano destra in posizione centrale come per tenere una barra di comando invisibile. «Peccato che Laura non accetti un quasi come risposta.»
Marco si accigliò.
Sul monitor di Simone la scritta diventò “Scenario pronto. In attesa di collegamento utente.”
Simone annuì. Ora che questa opzione funziona di nuovo posso andare a casa. L’orologio segnava le 21:25. Forse trovo ancora qualche locale aperto per mangiare fuori.
Gettò il faldone con la descrizione dell’anomalia nel cestino. «Marco, ho messo a posto l’interfaccia del programma di controllo. Copio le modifiche sul server?»
Marco si sporse da dietro il cassone nero del monitor. «Lascia stare, le vediamo assieme domani.» Indicò Fabio nel box. «Se non scopre dove risiede l’anomalia non potremo distribuire le nuove versioni del software.»
Simone premette il pulsante di spegnimento sulla tastiera e spostò il mouse per selezionare la casella di “ok” sul monitor. L’hard disk del cubo tornò a ronzare.
Le finestre dei programmi scomparvero lasciando spazio allo sfondo grigio del desktop.
«Ma davvero per tracciare l’anomalia dobbiamo colpirla?»
Marco aprì le braccia. «Non è una simulazione che vive su un’unica macchina come un gioco per Amiga. È una rete, un labirinto di programmi che gira su macchine collegate. Non sappiamo su quale delle macchine risieda l’anomalia e questo è l’unico modo che abbiamo per tracciarla.»
Fabio mosse le mani in aria come se manovrasse dei comandi di un aereo. «Simo, faccio fuori l’anomalia e andiamo a mangiare una pizza assieme.»
Il monitor si spense e il cubo nero si zittì: rimasero il fischio del cubo di Marco e il ronzio sommesso delle ventole che proveniva dalla sala server.
Fabio portò le mani al casco. «Cosa?»
Marco e Simone si voltarono verso di lui.
Fabio si alzò in piedi e mise le mani sul box. «CHE COSA?» Si voltò dall’altra parte. «Aiuto.» Cominciò a correre sul posto, i piedi scivolavano sul pavimento ricoperto disferette del box.
Ma che sta facendo?
Marco guardò il monitor e portò la mano alla cuffia. «Fabio, qui è tutto normale. Cosa sta succedendo?»
Fabio continuò a correre.
Simone lo raggiunse. «Fabio, cosa c’è?»
Fabio scuoteva la barra del box come se fosse intrappolato. «Per favore, aiutatemi!»
Simone lo prese per le braccia e lo fermò. «Torna in te! Fabio!»
Fabio portò le mani alla testa e si sfilò il casco. «S-Simone?» Aveva gli occhi rossi e il respiro pesante.
Appoggiò il casco sul ripiano al lato del box e si sedette. «Non capisco, un momento ero in volo sulla Val d’Aosta, quello dopo…»
Dal corridoio sbucò Laura, gli occhiali appesi alla catenina le ballonzolavano sulla camicia. «Si può sapere cosa succede?» Guardò la faccia di Fabio e si mise le mani sul caschetto biondo. «Santo cielo.»
Fabio staccò il cavo dal petto della tuta. «Devo andare a casa.»
Laura gli si parò davanti. «E l’anomalia?»
«Non è una semplice anomalia! Ti legge nella mente e–» Fabio cadde a terra e portò le mani alla gola.
Marco gli mise una mano sulla spalla. «È chiaro che Fabio ha bisogno di smettere qui per oggi.»
Laura sospirò. «Mancano solo due giorni prima della dimostrazione.»
Simone si frappose fra Laura e Fabio. «Nemmeno i militari faranno sessioni lunghe come quelle che ha fatto lui queste ultime settimane.» Poveraccio, è ridotto male.
Laura si voltò verso Simone. «Stani tu l’ultima anomalia?»
Fabio alzò la sbarra del box e camminò a larghe falcate verso lo spogliatoio.
Laura aprì le braccia. «Dove credi di andare?»
Simone seguì Fabio nello spogliatoio. «Laura, lascia stare, lo sostituisco io.»
Nello spogliatoio Fabio si tolse la tuta, canottiera e rimase in mutande.
Ma che diavolo gli è successo?
Simone gli mise una mano sulla spalla. «Copriti per andare a casa, altrimenti prenderai un accidenti.»
Sotto la pelle del torace di Fabio correvano tante sferette nere.
Cosa è quella roba?
I pallini sparirono, assorbiti dal corpo di Fabio.
Fabio aprì gli occhi, arrossì e andò presso il suo armadietto. «Forse hai ragione, ma ero tutto sudato.» Prese i pantaloni e se li infilò.
«Puoi dirmi cosa hai visto?»
Fabio scosse la testa. «Casa.»
«E va bene. Mangeremo la pizza un’altra volta, ok?»
Fabio annuì. «Grazie.»
Simone prese una tuta pulita dagli armadietti.
Simone allungò la mano verso la levetta stilizzata del pilota automatico a fianco del riquadro con la mappa di volo e la abbasso: la spia si spense.
Tirò la manetta alla sua sinistra, il rombo dei jet si attutì e la corsa delle montagne ai fianchi dell’aereo rallentò. Simone spostò la mano sinistra sulla leva del controllo alare e la spinse fino a metà corsa: le ali del Tornado si distesero.
Le pareti composte da triangoli di diverse tonalità di verde e grigio della valle si allargarono per unirsi con un vallone: a destra giaceva il simulacro della città di Aosta e di fronte a Simone si stagliava il Monte Bianco.
Non è bello quanto quello vero, ma da qui dentro è pur sempre maestoso.
Questo simulatore è impressionante, col casco e la tuta sembra di vivere all’interno di un altro mondo. Peccato che solo l’esercito possa permetterselo, ma chissà… magari fra dieci anni avremo una versione da usare a casa. E magari non saranno più solo ammassi di triangoli di colori fin troppo sgargianti… Chissà che diavolo ci avrà visto Fabio. Mah, comunque era troppo stanco.
Una sensazione fredda e viscida gli colpì il collo. Simone vi portò la mano, ma la sensazione scomparve. Inutile, sono cieco a ciò che accade all’esterno. «Marco, puoi guardare se sopra di me è rotta qualche tubatura?»
Un sospiro arrivò dalle cuffie. «Sembra tutto normale, perché?»
Simone spinse la manetta in avanti e tirò la leva del controllo alare in avanti. Il Tornado riprese velocità e le ali si aprirono. Simone piegò la barra di comando a destra, la tirò indietro dosandola verso sinistra per virare attorno al Monte Bianco e prendere quota.
Su, dai, dove sei anomalia?
Sul crinale l’ombra zigrinata dell’aereo sfilava sui triangoli di diverse tonalità di verde, marroncino e grigio che componevano la montagna.
Il rumore di statica uscì dalle cuffie. «Allora, trovata?»
«No. Sicuro che sia ancora qui?»
Bip In basso nel cerchio del radar comparve un puntino. Bip «Come non detto, qualcosa mi sta seguendo.» Bip
Il puntino scompariva e Bip riappariva, ogni volta Bip più vicino all’aereo. Simone tirò la barra da un lato e un teschio con dei tentacoli di colore grigio scuro lo superò. L’anomalia!
«Non avvicinarti troppo,» la voce di Marco gracchiò nelle cuffie. «Mantieni la distanza e…» la voce di Marco si attenuò, sporcata dal fruscio della statica.
Un teschio grigio metallo… proprio come mi hanno riferito gli altri tester.
Simone spinse la levetta delle armi sulla barra di comando: il sistema dei missili si attivò. Sulla calotta comparvero un cerchio crociato sopra l’anomalia e il rombo tracciante che indicava dove i missili stavano puntando.
L’anomalia scartò a destra e a sinistra. Simone smanettava sulla barra di comando per tenerla al centro del visore e il rombo arrancava per centrarsi sull’avversario. Il teschio si stabilizzò e il rombo si centrò sul cerchio crociato sopra il bersaglio. Ti ho presa!
Simone premette il grilletto, un missile partì con uno swoosh.
L’anomalia estese i tentacoli e roteò, sferzò per scartare e perdere quota, il missile la evitò e procedette in linea retta.«Mi prendi in giro?» Il teschio tornò al livello precedente e si voltò verso Simone: e si scuoteva come per dire no. Sì, mi prende in giro.
L’anomalia scattò verso l’aereo e vi si avvinghiò, addentò la coda e la strappò, i suoi tentacoli schiacciarono i due motori. L’esplosione assordò Simone.
Buon Dio!
Biiiiiiii Il cicalino d’allarme si attivò e il display impazzì.
L’anomalia allargò i tentacoli e si allontanò, la carlinga del velivolo si inarcò verso il suolo.
Simone tirò la maniglia della calotta che si staccò dall’aereo, e tirò la leva di eiezione: venne espulso col sedile dall’abitacolo.
La montagna scintillava sotto la luce del sole, e l’aria fredda fischiava attorno a Simone. Mise un dito fra le cinghie che lo stringevano al sedile e gli affondarono nei fianchi. Cosa succede… sembra reale, come se… non fossi più nella simulazione. Il paracadute si aprì e Simone fu strattonato dal contraccolpo. La discesa rallentò. Non capisco, come fa a essere tutto così vero?
Simone si passò la mano sulla giacca: la fondina della pistola risaltò sotto il tessuto. Giusto! Mi avevano detto di non farlo, ma meno male che l’ho portata con me. Sbottonò la fondina, impugnò la pistola, la puntò verso l’anomalia, tirò indietro il cane e premette il grilletto. L’anomalia guardò il proiettile passare oltre e si girò verso Simone. Sul teschio grigio si dipinse un’espressione incredula.
Sì, hai ragione, che diavolo stavo pensando?
L’anomalia volò verso Simone, i tentacoli gli cinsero il collo e strapparono la testa dal corpo.
Una scarica di dolore travolse Simone e scomparve.
Simone si ritrovò immerso in un vuoto oscuro, di fronte a lui danzava una croce bianca stilizzata con la scritta “YOU DIED”.
Morto.
Era un’allucinazione? La mia mente ha ricreato il mondo reale da pochi dettagli? Forse spiegherebbe perché Fabio si è spaventato
«Bene, devo rifare tutto il percorso da Torino perché quel coso mi ha appena ammazzato.»
Marco sospirò. «Ti riposiziono subito sulla pista di Caselle.»
«No.» Simone portò le mani alla testa. «Facciamo una pausa.»
Qui la seconda parte:




