Mercurio /2
03.01b – Parte 2 di 3
Simone si sfilò il casco e l’appoggiò sul tavolino sul lato del box ottagonale: le luci del laboratorio lo abbagliarono.
Marco alzò lo sguardo dal cassone del monitor. «Allora?»
Simone si sfilò la cuffia e la posò vicino al casco, sganciò il cavo che collegava il petto della tuta al box, alzò la sbarra del box ed uscì.
Altro che uomo di Vitruvio in una sfera d’acciaio e vestito di gomma nera, in futuro l’umanità camminerà sulle stelle… con l’aiuto di un girello per bambini troppo cresciuti.
Marco si schiarì la gola. Capisco la sua impazienza… è tutta la settimana che si danna per cercare di eradicare l’anomalia dal simulatore
«Allora cosa? Nessuno è ancora riuscito a colpirla, ed è la prima volta che la vedo.»
Marco si strofinò la barba. «Almeno abbiamo stabilito che si nasconde qui vicino a noi.» Si alzò dalla scrivania, trattenne la panza e si rimise a posto la cintura dei pantaloni.
«Scusa? Non si trova mica al Monte Bianco, è solo un programma, no?» Dio non voglia che un videogioco che ti decapita se lo guardi storto venga a vivere qui a Ivrea.
Marco ridacchiò. «Non intendevo quello. Ho spento il collegamento con gli altri server sulla rete Itapac per staccare la simulazione dai nodi nelle altre città. Quindi l’anomalia è in una delle nostre macchine.» Tirò fuori un borsello e contò le monetine. Indicò il corridoio con un cenno del capo. «Ti offro qualcosa, dai.»
Si avviarono lungo il corridoio. Una luce di una lampada e il ticchettio metallico di una calcolatrice meccanica filtravano da un ufficio laterale.
All’interno Laura si tolse gli occhiali con la catenella, li appoggiò sul petto e affondò la testa fra le mani. «Cosa diavolo hanno fatto col budget lo sanno solo loro.»
Marco si affacciò nell’ufficio. «Laura, ti va un caffè?»
«L’avete rimossa l’anomalia?» Laura si rinfilò gli occhiali e degnò Marco e Simone di un’occhiata scocciata. Quindiscosse la testa. «Allora dovremo chiudere.»
«Ma non basterebbe far partire l’aereo da Sigonella e fare una dimostrazione sopra la Libia?» Suggerì Simone.
Laura gli lanciò uno sguardo carico d’odio. «Così ci accuseranno di istigare un’azione militare.» Tornò a guardare la calcolatrice.
Un tap salì dal braccio di Simone. Una goccia argentata e riflettente, come se fosse mercurio, scivolò sulla manica della tuta e cadde a terra.
Un ticchettio dai tubi appesi al soffitto si allontanò. Sull’intonaco del soffitto si diramavano delle venature di color grigio scuro. Muffa? Siamo nel sottosuolo, quindi non mi stupisco, però… i tubi sembrano essere asciutti, e la muffa si spande a chiazze. E poi dovrebbero essere solo i tubi che portano i cavi elettrici e la rete al laboratorio.
Marco e Simone proseguirono lungo il corridoio.
«Ma Laura cos’ha stasera?» chiese Simone.
Marco fece spallucce. «Ha paura che il casino accaduto a quell’ospizio a Milano raggiunga anche noi e ci ricopra di merda. Non ci salveremmo nemmeno se vendessimo il nuovo simulatore o gli esperimenti di robotica.»
«Noi? Ma stiamo solo sviluppando un simulatore per l’esercito. Mica vendiamo pannoloni a peso d’oro.»
«Come credi che abbiamo vinto l’appalto? Il meccanismo è sempre quello.»
Buon Dio, no, perdere il lavoro no! E anche l’Olivetti sta riducendo il personale… non ho proprio voglia di cercare lavoro all’estero, o peggio, a Milano.
La macchinetta delle merendine e quella del caffè rischiaravano l’alcova dove risiedevano. Marco e Simone arrivarono all’alcova e il sensore accese i tubolari. Ramature grigie scintillavano sulla parete. Anche qui? Ma c’erano stamattina?
Marco aprì il borsello. «Sai cosa dovremmo fare?» Tirò fuori un paio di monete da cento lire e le infilò nella fessura della macchinetta del caffè. «Dovremmo prendere in prestito il badge del tizio che carica le macchinette e farci un giro per gli altri reparti.»
Premette il pulsante di aggiunta zucchero. Una goccia di mercurio cadde sul polsino della camicia e la sporcò di grigio.
«Cos’è sta’ roba?» Marco alzò lo sguardo: le ramature grigiastre tratteggiavano il soffitto sopra la macchinetta del caffè.
Marco fece spallucce, premette il pulsante di aggiunta zucchero altre quattro volte e quindi premette il pulsante del cappuccino.
Il bicchiere cadde nel vano della macchinetta, seguito dallo strusciare dello zucchero e dal cucchiaino.
Marco si strofinò le mani. «Sai, mi dicono che al laboratorio di robotica al piano di sopra stanno facendo cose molto carine. Robot molli o in granuli, roba top secret…»
«Addirittura… lo hai saputo dalle ragazze della reception?»
Un paio di lunghi aghi di metallo spuntarono da dietro la macchina del caffè. Poi ne sbucò un terzo e le giunture: erano come tre zampette meccaniche.
Simone si mise al fianco della macchinetta: le zampette sparirono nell’anfratto fra la macchinetta e il muro.
Simone la spinse dal fianco. «Dammi una mano a girarla.»
Marco lo strattonò. «Picio farai versare il caffè!»
Un topo sbucò da sotto la macchina e corse giù per il corridoio.
«Ah!» Simone saltò all’indietro.
Marco scoppiò a ridere.
La macchinetta emise un cicalino.
Marco alzò lo sportello, annuì felice e prese il cappuccino: inspirò l’odore del caffè dalla tazza. «Tu vuoi qualcosa?»
Il topo ci avrà cagato in quel caffè. Simone scosse la testa.
Marco ruotò il bastoncino di plastica e lo gettò nel cestino. «Certo che stanare quell’anomalia è dura.»
«Dovremmo essere almeno in due sul Tornado. Uno pilota e l’altro usa il sistema d’arma. Oppure uscire con due aerei. Non puoi metterti la tuta anche tu e usare l’altro box?» propose Simone.
Marco portò il cappuccino alla bocca e lo sorseggiò. «Se l’anomalia cambiasse i parametri della simulazione poi chi li rimette a posto?»
Non ha tutti i torti. «Ma non ci sono aeroporti ad Aosta? Dobbiamo partire da Caselle Torinese tutte le volte?»
Marco strabuzzò gli occhi. «Giusto! Del resto, il faldone con la descrizione diceva che l’anomalia compare solo se l’aereo decolla da terra. Però nessuno è riuscito ancora a colpirla.»
Già. Ha una velocità e dei riflessi sovrumani… del resto vive nel sistema. Vive nel sistema! C’è una cosa che non abbiamo tentato.
«Tutti gli altri hanno sparato all’anomalia, vero?»
«Quindi?»
«Fammi decollare disarmato.» Marco annuì e buttò giù il resto del cappuccino. «Ok.» Gettò il bicchiere nel cestino e si incamminò con Simone verso la sala dei simulatori.
Marco si fermò davanti all’ufficio di Laura e sporse la testa. «Qual è il codice dell’aeroporto di Aosta?»
Laura alzò gli occhi dal terminale: una riga di mercurio le rigava la faccia.
Laura si passò un fazzoletto sul volto e chiuse gli occhi, come per concentrarsi. «LIMW, 45, 44, 19, Nord,» scandiva le parole a una a una. «7, 21, 45, Est.» Riaprì gli occhi e fissò Marco.
«Laura, sei sicura di stare bene?» chiese Simone.
Marco si avvicinò alla scrivania. «Scusa, hai detto LIMW?»
Ma non ti accorgi che la tua bella è stanca morta?
Laura segnò le coordinate su un post-it e glielo porse.
Una sferetta di colore grigio si mise a correre sotto la pelle del viso di Laura, come il topo dei cartoni animati che scivola sotto il tappeto per aggirare il gatto. Come il petto di Fabio prima.
Simone sbatté le palpebre e la pelle di Laura tornò liscia, come sempre. Prima Fabio, poi l’espulsione sul Monte Bianco, poi gli aghi dietro la macchinetta del caffè e ora questo, se comincio ad avere le allucinazioni devo aver proprio lavorato troppo ultimamente.
Spero di non finire come Fabio
Simone prese la cima del cavo dalla colonna del box, lo srotolò e lo collegò al petto della tuta.
Tap. Una goccia lo colpì sul collo e scese giù nel colletto. Simone passò la mano e guardò le punte dei guanti: erano sporche di polvere grigia, ma forse aveva appoggiato la mano sul muro prima. Sul soffitto sopra la cabina si diramavano venature grigiastre in cerchio, lo stesso effetto della saletta del caffè. Ma cos’è questa roba? Si può sapere cosa hanno combinato ai piani di sopra?
Simone sospirò, chiuse la sbarra del box, prese il visore dal tavolino e premette il pulsante laterale. I due piccoli monitor del casco si illuminarono e si riempirono di strisce verticali coi colori dell’arcobaleno per poi diventare blu. Simone lo indossò e aleggiò nel cielo sconfinato.
Quella goccia… «Spero che ai piani di sopra non abbiano fatto casini, non vorrei finire sott’acqua mentre indosso questo coso.»
«Che?» la voce di Marco arrivava da lontano.
Simone tastò lo scaffale a sinistra, toccò le cuffie e le indossò. «Nulla, qualcosa di liquido mi è caduto addosso prima di indossare il casco.» E spero davvero che non sia mercurio, quella roba è tossica.
Sotto i piedi si formò, un triangolo alla volta, un pavimento uniforme di colore grigio e crebbero delle mura giallo chiaro di un hangar. Al fianco di Simone comparvero ruote, carrello, fusoliera, ali e coda di un Tornado poligonale e una scaletta.
Simone controllò sotto le ali: gli agganci per le armi erano vuoti. Bene.
Salì sulla scaletta e premette la maniglia per alzare la calotta del jet.
Un tentacolo grigio si avvinghiò sul naso del Tornado. L’anomalia si avvolse all’aereo, il suo testone fissava Simone.
«Oh, ciao.» Simone indicò gli agganci vuoti sotto le ali. «Hai visto? Niente armi.»
L’anomalia guardò sotto le ali e poi tornò a fissare Simone.
Roteò la testa come se non avesse capito cosa Simone stesse dicendo.
Simone allargò il braccio e indicò il resto dell’hangar. «Ma almeno sai che questa è una simulazione?» Le orbite sulla faccia dell’anomalia si chiusero e riaprono, come se stesse sbattendo le palpebre. Sembra proprio che non capisca cosa dico.
Ma chi prendo in giro? Chi avrebbe insegnato all’anomalia a riconoscere cosa dico e ad agire… che razza di computer e di software dovremmo avere per fare una cosa del genere?
I sistemi di intelligenza artificiale di oggi sono solo dei grossi database. Qui c’è un collega che ci sta beffando.
Simone scese dalla scaletta e portò la mano al microfono della cuffia. «Marco, potresti cambiare la scena e portarci in un bar?»
La scena cambiò, l’hangar e l’aereo sparirono e Simone e l’anomalia si ritrovarono in un bar con le pareti colore blu e un’arcata che dava sull’esterno.
Simone si sedette a un tavolo con la tovaglia bianca e fece cenno all’anomalia di prendere un’altra sedia. L’anomalia guardò la sedia e rimase in disparte. Ma anch’io che pretese ho? Che se ne fa un teschio di una sedia?
«Io mi chiamo Simone. Si-mo-ne.» Chissà se capisce che voglio comunicare con lei.
L’anomalia allungò un tentacolo verso la finestra. Indicò una villetta di due piani al di là della rotonda fuori dal bar.
Siete entrati in casa mia.
Sì.
Siete entrati in casa mia. Effettivamente è questo che potrebbe pensare se fosse viva e mi potesse rispondere.
Simone annuì. «Quella è una casa. Ma non è reale. È una simulazione di una casa, in una rete di computer.»
No, la simulazione è dentro casa mia.
Oddio.
Sì, effettivamente dal suo punto di vista potrebbe confondersi e non capire che è una anomalia della simulazione e non fa parte del mainframe e della rete aziendale.
Anomalia?
Eh, se non riusciamo a rimuovere l’anomalia dal sistema l’azienda chiuderà e finiremo licenziati.
La tovaglia sul tavolino si alzò e si deformò: divenne una copia del Monte Bianco in miniatura.
«Marco hai trasformato tu la tovaglia?»
Una statica copriva la voce di Marco.
Tanti puntini grigi, come moscerini, volavano attorno alla riproduzione del monte. Simone sisporse e il diorama si gonfiò. Le pareti del bar scomparvero e lui e l’anomalia volarono sospesi sopra il Monte Bianco: i puntini si gonfiarono in copie di aerei e dell’anomalia che si inseguivano attorno alla montagna. I missili degli aerei colpivano i teschi che esplodevano e cadevano in fiamme sul monte.
È questo che vuoi, Simone?
«Questo non l’ho pensato io.» Che sta succedendo?
Tutte quelle simulazioni non erano per giocare, ma per uccidermi?
«Cosa?»
Il monte e l’anomalia scomparvero. Sotto i piedi di Simone si formò un parquet di legno, con le stesse tonalità e venature di quello di camera sua. È reale?
Le pareti che si alzarono dal suolo avevano la stessa carta da parati blu ruvida della sua camera da letto. A sinistra la finestra, a destra il letto, di fronte a Simone la porta.
Aspetta. Ma sono ancora nella simulazione, è una allucinazione o sono davvero a casa?
La parete di fronte sussultò e si mosse verso di lui, anche le pareti laterali cominciarono ad avvicinarsi l’una all’altra. Simone scattò verso la porta e girò la maniglia. È bloccata! È fredda! È reale?
Prese a pugni la porta. Le mani gli fecero male. Non dovrebbero farmi male.
«Simone?» era la voce di sua madre da oltre la porta.
Non so come ma la macchina mi ha riportato a casa.
Simone sbatté il palmo sul battente. «Mamma! Apri la porta! Sono bloccato dentro camera mia!»
Il letto gli stritolò le gambe contro la parete, con un crock. Il dolore risalì la spina dorsale. «Aaaah!»
Due mani presero Simone per le braccia e lo scossero. «Che succede? Togli il casco!» Mamma? Come lo sa?
Simone mise le mani ai lati della testa e sfilò il casco.
Qui la terza parte:





