Mercurio /3
03.01c – Parte 3 di 3
«Ero in camera mia, le pareti mi stavano schiacciando.»
Laura porse a Simone una bottiglietta d’acqua.
Simone la svitò e ingoiò una sorsata. «Non so come ma quel bastardo mi ha letto dentro. Ha creato una riproduzione di casa mia.»
Marco si sporse verso di lui e prese un filo argentato dalla tuta. «Dal monitor ho visto il tavolino col diorama del Monte Bianco, ma non siete usciti dal bar.» Agitò la mano ma il filo gli rimase appiccicato alle dita.
Laura offrì un fazzoletto a Marco. «Simone, va a casa. Tanto vale che entro io nel simulatore.»
Marco si strofinò le dita col fazzoletto e tolse il filo argentato. «A questo punto c’è da pensare che tu sia stanco e ci sia qualcuno che si è collegato da un’altra postazione per farci un pessimo scherzo.»
«E da dove visto che hai spento i collegamenti con l’esterno?»
«L’avevamo installato su alcune workstation nel laboratorio di robotica per provare i collegamenti in rete, ricordi?»
Sarà vero? «Dobbiamo rimanere collegati al resto della rete aziendale per il test? Non possiamo scollegare la nostra sottorete?»
Laura prese Simone per un braccio. «Se non sapete cosa state facendo non toccate i cavi!»
Marco roteò gli occhi. «Va bene, ma un’occhiata non farà male. Almeno sapremo se è qualche balengo ai piani di sopra che ci sta facendo diventare scemi.» Spinse la porta della sala server.
Tum Tum Dal buio arrivava il brusio delle ventole, accompagnato Tum Tum da coppie di battiti, come quelli Tum Tum di un cuore.
Marco indicò la sala buia. «È normale questo rumore?»
Uno squittio venne seguito da un ticchettio metallico, un baluginio saltò alle gambe di Marco e gli salì addosso: era un topo con delle lunge zampe metalliche, come un ragno.
Laura fece un balzo indietro, Marco urlò e si girò su sé stesso. Simone tirò una sberla al topo mutante e lo fece cadere: il topo si voltò verso Simone ed emise un lungo stridio.
Simone gli tiro un calcio e lo fece volare contro una parete: il topo vi rimbalzò e finì a terra, morto.
Laura cadde in ginocchio. «Hai distrutto la piccola casa!»
Come?
Le lacrime scendevano dagli occhi di Marco, se le asciugò col fazzoletto. «Perché hai distrutto la piccola casa?» Guardò per terra e poi guardò i colleghi. «Che cazzo ho appena detto?»
Soprattutto, perché?
Laura chiuse gli occhi, la bocca le si allargò in un sorriso malizioso. «Ammettilo Simone, tu ami la violenza. Tu brami la distruzione.» Aprì gli occhi: erano neri, due sfere di ebano.
Un’altra allucinazione? «Hai visto le zampe meccaniche che uscivano dal topo?»
Laura fece un passo verso Simone. «Ora solo perché è anomalo va rimosso.»
Marco le mise una mano sulla spalla. «Dobbiamo capire come risolvere l’ultima anomalia e portare a termine il progetto.»
Laura strinse i pugni e chiuse gli occhi. Li riaprì: erano tornati azzurri. «Avete ragione, scusate. È che… il topo mi ha fatto pena.»
Non ti credo.
Simone entrò nella sala server e premette l’interruttore.
I tubolari sfrigolarono e si accesero: le rastrelliere coi server erano ricoperte da grovigli di rami argentati, come se fossero dei rampicanti di metallo. Al centro della stanza un cuore d’argento pulsava e rifletteva le luci dei tubolari.
«Buon Dio.»
Scavalcarono i cavi aggrovigliati alla rinfusa sul pavimento. Il cuore si rifletteva su una pozza di mercurio. La superficie del cuore aveva delle scanalature, come se fosse un cervello.
Marco affiancò Simone. «Forse dovremmo staccarlo da lì.»
«Non ci provate.» Laura raccolse un paio di forbici da elettricista e le strinse nel pugno alzato. I suoi occhi erano di nuovo neri, sotto la pelle del viso correvano le sferette grigiastre.
Marco si portò le mani alla bocca. «Cosa hai in faccia?»
Laura soffiò contro i colleghi. «Non vi azzardate a toccare quel cuore o io– Io–»
Marco si avvicinò a Laura. «Per favore su, dammi le forbici.»
Laura abbassò il braccio e affondò le forbici sulla spalla di Marco. Simone la prese per le spalle e la tirò via. Laura alzò la mano per colpirlo, ma Simone le afferrò il polso e glielo storse. Le forbici le scapparono di mano e caddero con uno splash nella pozzanghera, schizzando gocce di mercurio tutt’intorno.
«Anomalia! Lascia andare Laura!»
Laura roteò la testa e sorrise. «No, anche Laura ora è casa.»
Radici argentate crebbero dal pavimento, tirarono la porta chiudendola e si avvilupparono alla maniglia.
Laura rise. «Vuoi rimuovermi dal sistema, vero? Allora dai, ora sono qui.» Si toccò la tempia.
Simone la lasciò andare.
«Simone! Guarda!» Marco indicò i grovigli di rami argentati sopra gli scaffali dei server: fremevano, si acuminarono in spunzoni e si allungavano verso di loro.
Laura si avvicinò all’ orecchio di Simone. «Nei triliardi di anni dell’universo la vita vera è di metallo e silicio, la vita al carbonio è l’anomalia. Noi siamo il futuro.»
L’abbiamo persa, e ucciderà anche noi.
Simone le strinse le spalle. «Non ti è bastato rompere le palle per una settimana, ora hai colpito Marco e rapito Laura, brutto pezzo di merda!» I suoi sputacchi le inondavano il volto.
Laura gli tirò un pestone sul piede.
Se la lascio andare ci ucciderà.
Simone la sbattè contro la porta e le strinse il collo.
Laura portò le mani al collo, graffiò Simone e roteò gli occhi.
Sì umano così!
Una lacrima rigò il volto di Laura.
Porta a termine il tuo programma, umano!
Cosa diavolo sto facendo?
Sono un assassino?
È questo che mi vuole dire l’anomalia?
Casa.
No. Laura è ancora all’interno di questo corpo. Non posso farci nulla.
Inutile. Morirò ucciso da un cazzo di mostro dei videogiochi.
Simone aprì le mani.
«Hai vinto tu.»
Laura annaspò a bocca aperta. Si portò le mani al collo e il suo respiro si fece regolare.
Simone si voltò verso Marco. «Non ho trovato anomalie nel sistema.»
Marco annuì, la camicia sporca di sangue. «Evidentemente era solo un piciu che si collegava alla simulazione da un altro terminale.»
Le radici sulla porta si accartocciarono e lasciarono la maniglia e la serratura. Ci lascia andare?
Il pugno di Laura colpì la schiena di Simone. «Sei uno stronzo! Un coglione! Uno… schifoso!» Gli colpì il petto. «Io ero lì dentro, brutto stronzo!» Scoppiò a piangere. «E quella cosa… quella cosa…»
Simone la abbracciò. «Su, è tutto finito. È tutto finito.»
Marco arrossì e distolse lo sguardo. «Forse è il caso che andiamo, meglio lasciare che qualcun altro pulisca tutto questo casino.»
Simone annuì.
Uscirono dalla sala server, attraversarono la sala dei simulatori e arrivarono alla porta dello scantinato. Marco passò il tesserino e la porta si aprì.
Sulla scala radici di metallo scendevano dai piani superiori e tappezzavano le pareti della tromba delle scale. I tre salirono e arrivarono al piano terra.
Sotto le luci tubolari del corridoio scintillava un tappeto argentato, costellato da bozzi con la forma di esseri umani sdraiati per terra.
«Buon Dio. Sono tutti collegati.» Sì, è tutto finito.
Triangolo dopo triangolo il teschio della simulazione comparve davanti a Simone. «Lasciali dormire. Sono casa.»
Dalla finestra Ivrea scintillava coperta d’argento sotto la luce della luna.
Ho scritto Mercurio come racconto per il concorso collegato alla raccolta Notte Horror ‘90 di Acheron Books. Ho passato un mesetto a immergermi in video su Jaron Lainer, l’ideatore e il filosofo dietro alla realtà virtuale, sul Tornado, uno dei gioielli di punta dell’industria piemontese, e sui film horror e thriller. La prima stesura era in prima persona al presente, ho adattato il racconto in terza al passato per allinearmi alla linea editoriale, ma poi non sono stato scelto ugualmente, troppa concorrenza… peccato 😸. Ho deciso di usare il racconto per dare un po’ di vita a questa Newsletter, anche se ora sono nuovamente in modalità “studio duro e puro” quindi sarò ancora assente da questi lidi.
A dire il vero anche su Ivrea e gli ultimi giorni dell’industrializzazione del Canavese ci sarebbe molto da scrivere, e quindi chissà se un giorno non ricalcherò queste strade per un altro thriller fantascientifico…





